15 marzo 2017

Cap. 1°. - Evola e Schmitt: due vinti davanti alla disfatta dell’Europa.

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Il Saggio che qui ora appare costituisce la mia relazione al Convegno svoltosi all’Universale il 17 dicembre 2016. Il testo è stato consegnato per gli Atti che usciranno prevedibilmente in settembre 2017 come fascicolo della rivista Studi evoliani. Rispetto al testo consegnato per la stampa tipografica, qui si dà avvio ad uno sviluppo autonomo, in progress, delle linee di ricerca che si sono aperte durante la messa in forma di una scrittura tradizionale, strutturata sulla stampa tipografica. Si tenta qui una forma di scrittura diversa, pensata interamente per la rete e con gli strumenti che la rete offre e le nostre competenze consentono. Ci si preoccupa di consentirne in ogni momento la leggibilità, ma il testo ed insieme con esso il pensiero che la scrittura deve esprimere è in costante evoluzione e progettazione, auspicabilmente in un dialogo con chi per avventura qui legge e che da noi è considerato non passivo Lettore di un testo tipografato, ma insieme con noi Autore di un comune percorso di pensiero, sempre in divenire.


Antonio Caracciolo

Cap. 1

EVOLA E SCHMITT:
DUE VINTI DAVANTI ALLA DISFATTA DELL’EUROPA

Fu per un soffio che Julius Evola non venne arrestato dai Servizi segreti degli Alleati, entrati in Roma da Porta San Giovanni il 4 giugno 1944. L’episodio è narrato da Gianfranco de Turris . Uscendo di soppiatto nel corridoio dal suo studio, mentre l’anziana madre tratteneva gli agenti nella stanza da pranzo, il filosofo si ritrovò in strada, su Corso Vittorio Emanuele, iniziando così una lunga peripezia che lo porterà a Vienna, dove in un bombardamento, il 21 gennaio 1945, sarà gravemente ferito, restando paralizzato per il resto della sua vita, cioè fino al 1974.  Una condizione esistenziale che per Giulio Cesare Andrea Evola, noto come Julius, nato in Roma il 19 maggio 1898,  durerà  30 anni, più della metà di  una vita attiva di lavoro, impegni, studi. Anche Carl Schmitt fu sotto i bombardamenti in Berlino. La casa dove abitava, all’indirizzo di Kaiserswertherstraße 17, era stata bombardata il 23 agosto 1943 da una mina aerea e Schmitt con la sua famiglia si salvò appena scappando dalle finestre della lavanderia . La casa fu distrutta, ma i quadri, i libri e i manoscritti in buona parte furono risparmiati. Schmitt pensava di trasferirsi a Plettenberg, ma gli fu negato dalla sua università il semestre di ferie di cui aveva bisogno per organizzare il trasferimento. Visse a Berlino in vari alloggi e fu pure ospite di Johannes Popitz , che verrà poi messo a morte nella repressione seguita al fallito attentato alla vita di Hitler del 20 luglio 1944.

A quella di Evola, simile per taluni aspetti e diversa per altri, è la vicenda umana e politica di Carl Schmitt, profondamente segnata dalla guerra. Entrambi, Schmitt ed Evola, nell’arco della loro vita, hanno vissuto, in Germania e in Italia, l’esperienza della prima e della seconda guerra mondiale, ed anche del loro dopoguerra. Schmitt, nato nel 1888, era di 10 anni più anziano di Evola, e gli sopravviverà per altri dieci anni, venendo a morire nel 1985. Il rischio dei bombardamenti era in Germania superiore che altrove e furono anche più pesanti le conseguenze della sconfitta . Fu un vero e proprio annientamento, cioè non solo gli eserciti combattenti ma anche e soprattuto le popolazioni civili furono alla mercé del vincitore che con Morgenthau ne aveva programmato il “destino”, improntato a una dinamica di “colpa ed espiazione”  che caratterizza la narrazione storica dominante per il periodo 1917-1945 della storia europea. Si trattò invece per Nolte di  una “guerra civile” che come conseguenza ha segnato il declino politico di tutti gli stati del vecchio continente a vantaggio della nuova potenza d’oltreoceano.  In Germania, soprattutto, ma anche in Italia, l’interiorizzazione del senso di “colpa” è stato l’effetto più devastante che il vincitore poteva imporre, con i mezzi della propaganda e del condizionamento post-bellico, proiettandosi sulle generazioni a venire e influenzando la formazione dei governi e delle loro politiche. Norme penali venivano poste per preordinare la formazione della identità politica e culturale delle popolazioni sconfitte, sterminate fisicamente o etnicamente ripulite. Non si tratta qui di negare la “colpa”  o le tragedie della storia europea del Novecento, o la ricerca impossibile delle responsabilità dei conflitti, in una logica revanchista, revisionista o addirittura “negazionista” , ma di comprenderne e rilevarne l’uso strumentale in una guerra che non finisce mai ed ha come obiettivo la trasformazione della psiche e la distruzione dell’identità storica dei popoli europei quale si era venuta formando nel corso dei secoli . Ed è chiaro che i primi bersagli da colpire sono quegli intellettuali, pensatori, filosofi che per la loro posizione e funzione sono quelli che maggiormente possono dare espressione ed organizzazione alla identità spirituale e politica del popolo al quale appartengono intimamente.
Schmitt abitava a Berlino durante il periodo in cui esercitò nella vita pubblica la sua influenza culturale e politica . A guerra finita, riparò in Plettenberg, suo paese natale, dove trascorrerà in una sorta di esilio o di confino il resto dei suoi anni, ma dove anche in parecchi andavano a trovarlo come in una sorta di pellegrinaggio, ed anche io fra questi, per due volte . Prima però oltre che alle bombe Schmitt dovette scampare al tentativo di infliggere attraverso la sua figura una condanna esemplare a ciò che la Germania era stata, per la sola colpa di essere esistita, dalla fondazione bismarckiana del Reich fino ad Hitler . Schmitt si trovava ancora nella Berlino distrutta e occupata, quando fu arrestato una prima volta il 26 settembre 1945. Ne seguì  una detenzione di dodici mesi in due diversi campi, situati nella stessa Berlino, fino al rilascio avvenuto il 10 ottobre 1946. Fu stranamente arrestato una seconda volta il 19 marzo 1947.  Subirà ancora cinque settimane di detenzione nella “casa dei testimoni” a Norimberga, dove fu sottoposto da Robert Kempner a tre interrogatori, per essere poi definitivamente rilasciato una seconda volta il 6 maggio 1947 senza luogo a procedere. Per ulteriori dettagli sulle date, i luoghi e le imputazioni e le cronache processuali rinviamo però a un libro che tratta diffusamente queste cose, cioè, al volume a cura di Helmut Quaritsch, tradotto in italiano presso Laterza, con titolo: Carl Schmitt, Risposte a Norimberga . Nella nostra ricostruzione attingiamo ampiamente a questa fonte.
Ci interessa qui rilevare le analogie dei due casi e l’identico obiettivo di trasformare il “nemico” vero o presunto in “criminale”, screditandone la rilevanza culturale. Entrambi, Evola e Schmitt, furono oggetto di delazione, ma non avevano commesso nessun atto concreto per il quale poteva essere loro contestato uno specifico titolo di reato.  Cito de Turris, che replica a Paolo Mastrolilli, autore di un romanzo, Adelfi, dove in forma romanzata si parla dell’esistenza reale di Elenchi  – consegnati agli Alleati – di persone da arrestare e delle ragioni, certe o sospette, per le quali avrebbero dovuto essere arrestate e punite . Fra i “sospettati” vi era il nome di Evola, ma contrariamente a ciò che si imputava genericamente a tutti, de Turris obietta: «Evola non aveva “venduto” nessuno, né “fatto ammazzare” nessuno, né tantomeno era coinvolto in fatti collegati alla deportazione degli ebrei o in eventi simili» . Carl Schmitt, dal canto suo, quando fu arrestato, non rientrava neppure nella categoria cosiddetta dell’«arresto automatico» che colpiva chi ne faceva parte non in ragione di atti commessi, ma per la semplice appartenenza a determinati ruoli dell’esercito o dello Stato o del Partito. Fra queste non erano inclusi i professori universitari, fra i quali si poneva Schmitt, che era stato estromesso da qualsiasi carica pubblica dopo l’attacco nell’organo delle SS, Das Schwarze Korps, nel dicembre del 1936 .
Mentre per Evola restano ignoti i nomi (o il singolo nome) dei delatori, per Carl Schmitt lo si conosce. Era il suo ex-collega Karl Lowenstein, uno degli emigrati negli Usa, ritornati poi al seguito dell’Esercito americano che occupò la Germania e istituì i vari tribunali, dove i vincitori giudicavano e condannavano i vinti. Simili tribunali segnarono una svolta nella storia del diritto. Lowenstein, personaggio influente, scrisse una relazione dove si pretendeva che Carl Schmitt venisse processato per crimini di guerra. La pretesa era infondata ma l’istruttoria fu lunga e Schmitt subì senza motivo dodici mesi di detenzione, particolarmente dura e brutale, almeno nel primo campo di Lichterfeld Sud, in Berlino, dove erano già stati internati parte dei prigionieri italiani fatti dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Più rischiosa fu per Schmitt la seconda detenzione in Norimberga, dove – nella ricostruzione di Quaritsch – si voleva intimidire Schmitt per trasformarlo da indiziato di reato in testimone a favore dell’accusa, per il successivo processo secondario ai funzionari del ministero degli esteri o ministeriali in genere, detto Wilehlmstrasse-Prozess.
Queste premesse di carattere storico-biografico ci sono necessarie per introdurre il “pensiero” dei due Autori in relazione al tema dell’Europa, su quale visione se ne avesse, cosa i “sopravvissuti” alla disfatta bellica dei loro Paesi potessero ancora fare e pensare in condizioni non favorevoli. Non che prima del 1945 le cose stessero per loro  molto meglio.  È infatti nota la posizione di Evola all’interno del fascismo e del nazismo . Era una posizione critica ma sostanzialmente tollerata. Evola non ebbe a subire attacchi e persecuzioni come quelli che subì Schmitt dal dicembre del 1936 per tutto il tempo a seguire, prima ad opera dei nazisti  e poi dagli Alleati in Berlino e al Tribunale di Norimberga. Durante il nazismo Schmitt aveva potuto almeno conservare la cattedra, che aveva già dai tempi di Weimar.  Nella Germania occupata Schmitt visse tutta la sua vita in una sorta di esilio, al paese natale, a Plettenberg, in una casa sulla cui parete esterna aveva fatto mettere la scritta “San Casciano” .
Per Schmitt va rilevata una peculiarità, su cui si è soffermato Quaritsch, e che descrive il modo in cui egli si pone nella ricostruzione del suo passato. Dopo il parere sulla guerra di aggressione che gli era stato chiesto nell’estate 1945, e prima di essere arrestato nell’autunno successivo, Schmitt non si pronuncerà più, in modo diretto, sui temi legati all’attualità politica. Ogni riflessione sul presente è mediata con richiami ad autori del passato e a riferimenti dotti e perfino criptici.  Per l’interprete il lavoro non è facile. Non esiste e non poteva esistere per Schmitt una autobiografia come quella di Evola “Il cammino del Cinabro”, sempre che si possa considerare questo testo una mera autobiografia intellettuale e non qualcosa di più. Per Schmitt, invece, non era possibile dare una rappresentazione letteraria del suo io soggettivo: sarebbe stato un atto di superbia. Agisce sempre in lui un fondo cattolico. Le notizie, i giudizi, gli attacchi, i riconoscimenti, le denigrazioni che via via si accumulano sulla sua vita quasi centenaria sono indirette, occasionali o ricavate da ciò che ne dicono altri, come nel caso di Kempner che fornisce tuttora l’unica narrativa di ciò che Schmitt ebbe a subire a Norimberga, ma non troviamo in Schmitt un'idealizzazione programmata della sua esistenza. I Diari, che lentamente escono, redatti in una difficile stenografia, avevano lo scopo – lui stesso dice  – di fornire un aiuto alla memoria nella ricostruzione a distanza di anni di eventi ed incontri, ma non erano un esercizio letterario.
Di Evola sappiamo che non fu ostacolato intellettualmente dalla sua infermità e riusciva perfino ad essere attivo nella vita politica. Si è posto il problema di quanto la sua condizione possa aver influito nello sviluppo del suo pensiero. Si direbbe per nulla , distinguendo però una normale reattività nelle relazioni culturali ed epistolari del dopoguerra, dove il suo animo poteva restare esacerbato. Ebbe in tutto il corso della sua vita, prima e dopo la sua infermità, innumerevoli relazioni con intellettuali e personaggi politici. È chiaro come questi contatti siano stati a volte positivi altre volte negativi ed improduttivi, provocando le reazioni del caso. Vi è stata anche una relazione epistolare e un rapporto personale fra Carl Schmitt e Julius Evola . Se dobbiamo dar credito alle testimonianze dirette la sua infermità non ha influito sulle sue prestazioni intellettuali, e costituiscono affermazioni denigratorie le rappresentazioni di un Evola tutto rancoroso e pieno di risentimento.
Evola ai primi anni ’50 fu portato in giudizio come supposto ispiratore dei FAR, addirittura arrestato, ma poi infine assolto. Ciò testimonia di un impegno politico pratico militante, che in Carl Schmitt, non ritroviamo, sapendo però quanto diversa sia la situazione tedesca ed italiana dal dopoguerra in poi. Per Schmitt fu un’impresa aver superato lo scoglio di Norimberga, dove lo si voleva far naufragare non solo giudiziariamente, ma soprattutto spiritualmente. E per tutta la vita dovrà stare sulla difensiva, per difendere la sua immagine pubblica e storica. I due filosofi si conobbero personalmente in Germania, mentre non sappiamo di un incontro fra i due in Roma o in Italia. Evola fu ospite di Schmitt a Berlino: è annotato dal libro degli ospiti per il giugno del 1938, tenuto dalla signora Schmitt, e da una lettera del dicembre 1937 di Schmitt a Jünger, dove l’italiano Evola appare “merkwurdig” al tedesco cattolico Schmitt . Ma sappiamo anche, dai “Ricordi” di Günther Krauss, che Carl Schmitt era un adoratore della Vergine Maria, e che anche in pieno nazionalsocialismo i suoi ospiti «erano addirittura fisicamente costretti a cantare insieme il canto mariano “Meerstern, ich dich grüße”, che costituiva la conclusione delle serate, senza riguardo alla loro confessione religiosa o concezione del mondo» . Difficile immaginare un Evola che intona un canto mariano, ma è anche difficile, almeno in questo caso, decidere fra i due, Schmitt ed Evola, chi fosse più “merkwürdig”.
Hanno in comune una profonda partecipazione al loro tempo e al loro Paese.  Sentono entrambi il tema Europa, non disgiunto dal concetto di popolo, non facile da intendere ed ancora meno facile da trattare. Schmitt parla dell’Europa come qualcosa di unitario sia nella speranza per la sua salvezza che per i timori sul suo destino, rifacendosi anche al pensiero di Donoso Cortés. Ma ne parla anche in una prospettiva a noi più vicina, ossia ragionando sull’ipotesi di una unificazione politica del continente, non già nei primi anni del secondo dopoguerra, al modo di Schuman, De Gasperi, Spinelli, ma nel 1928, dopo il disastroso trattato di Versailles, ancora prima della disfatta e del crollo definitivo del 1945, le cui conseguenze arrivano fino a nostri giorni in cui si scambiano le cause maligne di questa Europa detta Unione Europea con il bene assoluto. In un continente uscito dalla disfatta militare, con una resa senza condizioni agli eserciti invasori, che mai più lasceranno i territori conquistati ed occupati, è irrealistico parlare di unificazione e indipendenza politica nei termini in cui Carl Schmitt pensava all’Europa in un anno che era il 1928, a metà fra la prima e la seconda guerra mondiale, e nel quale il nazismo non era giunto al potere né si prevedeva potesse giungervi.
In una critica alla Società delle Nazioni, Carl Schmitt riconosce nella Santa Alleanza l’ultimo tentativo, indipendente, di un sistema europeo, al quale intuendone la portata oltreoceano fu immediatamente opposta la dottrina Monroe. Nel 1928 Schmitt parla chiaramente e consapevolmente di “unificazione europea” come obiettivo di per sè evidente e necessario, ma per il quale si oppongono “difficoltà politiche” che sono per l’Europa una costante storica bene illustrata proprio dal destino della Santa Alleanza, che si dissolse rapidamente, lasciando via libera al crollo europeo del XX secolo. Non si tratta qui di una speculazione su eserciti, alleanze, guerre vinte e perse, ma di una riflessione su ciò che alberga nella testa e nel cuore degli uomini, che poi fanno le guerre, guidano gli eserciti, stipulano e sciolgono alleanze. Nel XIX secolo Donoso Cortés aveva visto le nubi che si addensavano all’orizzonte. Ed è nel nome di Donoso Cortés che si sviluppa nel secondo dopoguerra un carteggio fra Evola e Schmitt, edito dalla Fondazione Evola .
Ci sembra qui interessante richiamare ciò che nel 1928 scrive Schmitt a proposito dell’idea di una unificazione europea che non poteva certo essere realizzata nella forma della Società delle Nazioni. La dottrina Monroe, proclamata nel 1823, era stata la formulazione di un controraggruppamento alla Santa Alleanza e Schmitt annota come già allora essa fosse stata subito approvata dall’Inghilterra. Al tentativo di una federazione europea veniva allora contrapposto «il continente americano unitario, prima ancora che questo continente fosse completamente colonizzato e popolato».  Così prosegue Schmitt, attualizzando il problema un secolo dopo Donoso Cortés:
«Un’unificazione politica dell’Europa sarebbe dal punto di vista della politica mondiale un evento inaudito. Sarebbe qualcosa di molto più inverosimile dell’unificazione della Germania nel XIX secolo, della quale si deve tuttavia dire che malgrado una preparazione durata una generazione, malgrado delle guerre di liberazione nazionale e una rivoluzione nazionale essa fu possibile solo per la genialità di un singolo uomo e solo con l’aiuto di una costellazione favorevole di politica estera. Ogni statista del XIX secolo, ma soprattutto Bismarck stesso, era consapevole di quanto fosse stata straordinaria  e stupefacente questa riuscita e nessuno si era immaginato che una simile costruzione politica potesse prodursi senza il rischio di pericolose inimicizie, senza guerre pericolose e conseguenze imprevedibili di politica estera. La guerra mondiale dal 1914 al 1918 è soltanto una delle conseguenze dell’unificazione politica della Germania. Ma un’unificazione politica dell’Europa sarebbe in confronto a questa unificazione nazionale della Germania un vero miracolo. Se questa Europa non deve essere semplicemente una povera decorazione, ma un’unità politica, cioè indipendente dai mutevoli interessi economici e dalle congiunture, duratura e capace d’azione, allora essa sarebbe non meno che una nuova potenza mondiale. La sua semplice esistenza produrrebbe nuovi raggruppamenti di amico nemico, e si dovrebbe vedere se le potenze mondiali esistenti, in particolare il sistema di Stati anglosassone, abbiano interesse a lasciar sorgere accanto a loro una formazione politica che abbia forza e autonomia propria» .
Sono qui spiegati due interi secoli di storia europea fino ai nostri giorni . Se Donoso Cortés nella prima metà del XIX sec. può essere considerato un diagnostico, Carl Schmitt non lo è stato da meno per la nostra epoca. Nel 1928 Hitler e il nazismo ancora non sono al potere. Di Shoà e di colpevolizzazione collettiva come strumento della politica ancora non si parla. Il trattato di Versailles lo si può forse intendere come una anticipazione e preparazione del piano Morgenthau e spiegare con esso la reazione che portò al potere il nazionalsocialismo. L’attuale Unione Europea corrisponde a un “povera decorazione” che dà un nome unificato all’occupazione militare degli USA sugli stati europei, usciti tutti sconfitti dalla seconda guerra mondiale, inclusi Francia e Inghilterra, che vincendo persero i loro Imperi coloniali. Essa dipende interamente da “mutevoli interessi economici e dalle congiunture”. È ben lungi da una qualsiasi unità politica ed è del tutto incapace di azione. Schmitt ha descritto nel 1928  l’Europa che abbiamo oggi. Dal suo testo emergono almeno due concetti che lo differenziano da altre posizioni: l’idea di un’Europa non soggetta a interessi economici e la contrapposizione necessaria al sistema degli Stati anglosassoni.
Ma cosa significa “unità politica” nel linguaggio schmittiano del 1928? Ricordiamoci che nel 1927 esce la prima edizione del Concetto del politico con la nota distinzione di amico/nemico come fondativa dell’essenza del politico e della scienza politica. Nello stesso anno 1928 esce la Dottrina della costituzione, testo base del decisionismo giuridico con la nota definizione della costituzione come decisione politica fondamentale che un popolo assume sulla forma e la specie della sua esistenza politica. Unità politica significa un popolo che è il soggetto capace di distinguere fra amico e nemico e Stato significa la sua unità politica in un rinvio continuo dell’una cosa all’altra. Uno Stato ha poi senso se è indipendente e sovrano. A meno che non si voglia e non si intenda per Stato un mero apparato amministrativo-militare per l’esecuzione di interessi estranei e l’oppressione dei suoi cittadini, secondo uno spettacolo che ai nostri giorni sembra di poter osservare in una Grecia ridotto allo stremo da un’Europa, o meglio UE, che doveva essere per tutti un ideale unificante e solidale. Nel momento decisivo e più cruciale della sua vita, che portò alla breve adesione al nazismo, Schmitt dichiarò in una intervista radiofonica, trasmessa il 1° febbraio 1933 di considerarsi come giurista un organo del popolo tedesco in opposizione ai giuristi positivisti che attraverso il trattato di Versailles accettavano e sancivano l’asservimento della Germania .
Confrontiamo ora queste posizioni di Schmitt con alcuni brani di un’opera di Evola, del 1964 nella sua prima edizione, Il fascismo vista dalla destra .  Ci sono fugaci passi sul rapporto fra il fascismo e lo Stato, per il quale si rinvia come trattazione più organica, a “Gli uomini e le rovine”, del 1953 nella sua prima edizione . Sono per noi significative alcune brevi citazioni di Mussolini del 1924, fatte da Evola: «Senza lo Stato non vi è nazione. Ci sono soltanto degli aggregati umani, suscettibili di tutte le disintegrazioni che la storia può infliggere loro»;  del 1927: «Solo lo Stato dà l’ossatura dei popoli…  Non è la nazione a generare lo Stato. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo… una volontà e quindi una effettiva esistenza»; del 1934: «Il popolo è il corpo dello Stato e lo Stato è lo spirito del corpo».  Sono formule che trovano una corrispondenza più articolata nella dottrina dello Stato di Carl Schmitt, che non senza ragione ebbe a definirsi un fascista. In Italia Schmitt ebbe il 15 aprile del 1936  un incontro con Mussolini. I due parlarono dello Stato:
«…In Italia le cognizioni filosofiche e la conoscenza di Hegel erano allora molto più diffuse che nella Germania borghese degli anni ’30, e precisamente tanto presso i fascisti quanto fra gli antifascisti, per i quali erano rappresentativi i nomi di Gentile e di B. Croce. Ma in Germania, come ho detto, c’era una disponibilità e una un’aspettativa metafisica più consona. Riguardo al fascismo posso qui forse comunicare un ricordo personale. Io ebbi a Palazzo Venezia la sera del mercoledì di Pasqua, il 15 aprile 1936, un colloquio a quattr’occhi alquanto lungo con Mussolini. Il colloquio riguardava il rapporto fra partito e Stato. Mussolini disse con orgoglio e con un’evidente frecciata verso la Germania nazionalsocialista: “Lo Stato è eterno; il partito è passeggero; io sono hegeliano!” Osservai: “Anche Lenin era hegeliano, cosicché devo permettermi la domanda: ma dove si trova oggi la residenza storico-universale dello Spirito di Hegel? A Roma, a Mosca, o forse ancora a Berlino?” Rispose con un riso grazioso: “Questa domanda gliela restituisco”. Al che io: “Allora devo naturalmente dire: a Roma!”, cosa che egli con un gesto charmant, cortesemente ironico confermò. La conversazione con lui fu un grande divertimento intellettuale e mi resta indimenticabile in ogni dettaglio. Egli mirava con una conversazione ad un ammonimento ad Hitler, che io dovevo inoltrare, cosa che – certo in modo assai prudente – ho anche fatto e che mi portò assai male».
Sull’intreccio di popolo e Stato, nella concezione del fascismo, che certo non può prescindere da Mussolini, troviamo in Evola un brano chiarificatore in una sintesi, di pochi anni più tardi, mentre la guerra era ancora in corso:
«Mussolini ha parlato una volta ironicamente della “misteriosa entità che su chiama popolo”. “Popolo”, sia pure come “Volk” è un semplice mito, che sa sempre, inevitabilmente, di demagogia: specie là dove ad esso si accompagnino istanze polemiche intese a svalorizzare e degradare il significato di tutto ciò che è Stato, forza politica formatrice dall’alto» .
Troviamo qui messi insieme concetti che accomunano Evola, Schmitt e il fascismo in contrapposizione al nazionalsocialismo; il popolo è rappresentato come distante da una concezione völkisch, cioè razziale,  e pure distante da una concezione mitica in contrapposizione all’idea di Stato. Addirittura, subito dopo il brano evidenziato, troviamo una concezione multietnica: «In ogni grande “popolo” sono sempre comprese influenze varie, vari elementi razziali, varie tradizioni». Ed è solo grazie alla conduzione politica, all’opera delle élites, che si riconduce a un «ordine» ciò che altrimenti sarebbe rimasto una «confusa potenzialità».
Per quanto riguarda il tema dell’Europa, della sua unificazione politica, non doveva giungere Altiero Spinelli con il Manifesto di Ventotene , perché se ne incominciasse a parlare.  Il problema dell’unificazione continentale resta aperto fin dal 476 d.C. con la caduta dell’Impero romano d’Occidente e si ripropone continuamente nella storia europea come una costante geopolitica. Interessante notare come nel 1940 Julius Evola vedeva e poneva il problema, in un’altra citazione che riportiamo per esteso:
«Come l’azione rivoluzionaria europea ha tratta origine dalle potenze dell’Asse, così è evidente che anche il nucleo primario ed essenziale di una civiltà europea deve fondarsi sulle possibilità e sul retaggio spirituale delle due potenze dell’Asse. Il primo compito, presupposto di ogni ulteriore sviluppo e di ogni ulteriore aggregazione, sarà dunque di precisare i termini nei quali l’elemento italiano – o, per dir meglio, l’elemento romano – e quello germanico possano reciprocamente integrarsi e potenziarsi nell’ambito di un’idea dell’Europa. Qui ci sembra quasi assistere ad un ricorso storico. Sembra cioè preannunciarsi o imporsi qualcosa di simile a quel che avvenne nella creazione dell’ultimo vero tipo di civiltà imperiale europea, di quella medievale, sorta essenzialmente dalla simbiosi dell’elemento romano e di quello germanico. Ma in che funzione e in che significato questi elementi potranno figurare nella civiltà futura degli “spazi imperiali”? La forma della loro precedente apparizione nel mondo medievale è più o meno nota a tutti: l’elemento germanico, o nordico-germanico, si tradusse essenzialmente nella civiltà feudale e nell’etica ad essa corrispondente, mentre l’elemento romano apparve in una stretta relazione col cristianesimo, nel senso, soprattutto, di fornire dei punti trascendenti e supertemporali di riferimento ad un tipo di organizzazione politica non semplicemente nazionale. Ricordato questo punto, bisognerebbe cominciare con l’esaminare le specifiche idee politiche che oggi sono proprie all’Italia e alla Germania, per stabilirne la differenza e la varia suscettibilità a servire da coerente premessa per il tipo nuovo di civiltà. A tale riguardo, dalla più imparziale e oggettiva considerazione dei fatti risulta, che l’idea fascista ha un maggior carattere di “attualità” e di utilizzabilità che non quella nazionalsocialista» .
Dunque, nel 1940, Evola pensava ad una Europa fascista. E mi avvio a una conclusione provvisoria.  Ho citato la prima edizione de “Gli uomini e le rovine”, del 1953,  perché coevo a un testo di Schmitt uscito nel 1954, Colloquio sul potere , che metto a confronto. Nelle “Rovine” c’è un capitolo finale sull’Europa. Direi che sia in Schmitt, già nel 1928, sia in Evola l’idea che hanno di Europa non è né di tipo egemonico dove una stato guida gli altri e magari li assorbe, né di tipo dispotico dove uno Stato sconfigge gli altri e ne annette il territorio. Se Europa è mai stata o dovrà mai essere, si tratta di una convergenza dei singoli verso un sistema che ha una apertura alla trascendenza. L’idea di trascendenza la si trova costantemente in ogni pagina di Evola, ma anche in Schmitt che ripropone nell’ultima edizione del Concetto del Politico , nel 1963, edizione Miglio del 1972, in una nota, il Cristallo hobbesiano, che parte dalla Trascendenza e torna alla Trascendenza.
È noto per Evola il suo razzismo aristocratico spirituale, il suo tradizionalismo, il suo forte antidemocraticismo, la sua affezione al sistema delle caste, l’amore per gli Ordini medievali, come quello dei Templari, proposti come modello per la nostra epoca, cosa di cui deve aver conversato con Schmitt nel dicembre del 1937, come si apprende dalla lettera citata di Schmitt a Jünger . Una chiave importante per intendere l’opera sua di tutta una vita, di tutti i suoi libri, la si può trovare espressa più chiaramente in un brano delle Rovine, dove si parla di visione del mondo, in tedesco Weltanschauung, che procede appunto da una tradizione e da un sistema di forze:
«La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su di una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un’attitudine, non di teoria o di erudizione, disposizione e attitudine che non concernono il solo dominio mentale, ma investono anche il dominio del sentire e del volere, informano un carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, dànno evidenza ad un dato significato dell’esistenza» .
Dunque, si tratta di una attitudine, che riguarda il presente, e non di un anacronistico e impossibile ritorno al passato, semmai è l’inizio di una nuovo ciclo, di una rinascenza dopo la catastrofe. Qui, idealmente, Schmitt ricollega a Evola, quando descrive il culmine della catastrofe nell’annientamento di un popolo, e delle individualità che lo compongono. A ciò si giunge quando si svuota loro il cervello, si toglie loro qualsiasi attitudine intellettuale e spirituale, a riconoscere il nemico e l’amico. Lo sa altrettanto bene, non meno bene il nemico stesso che nell’ultima guerra, da noi persa, non si è accontentato della vittoria transeunte e alterna delle armi, ma attraverso un Tribunale  ha voluto trasformare il nemico vinto in un criminale  ed ha invaso tutti i campi della cultura, della religione, delle arti, della comunicazione, dell’educazione, per forgiare una diversa identità prone a quella “cupidigia di servilismo” , che già fu notata dai vecchi uomini politici italiani ritornati al potere subito dopo la caduta del fascismo.
Ho prima accennato a una osservazione di Quaritsch, alla quale ne aggiungo una mia. Si è detto che, nella situazione tedesca, Schmitt non poteva più permettersi riferimenti all’attualità politica, quale ancora si trovano nei saggi raccolti in Posizioni e concetti in lotta con Weimar-Ginevra-Versailles, che vanno dal 1923 al 1939, saggi da me tradotti tutti integralmente in italiano senza alcun timore . Per parlare del presente Schmitt doveva – dopo il 1945 – mascherarsi con una ricostruzione del passato. Dall’arresto e detenzione berlinese del 1945-1946 e dalla seconda, più breve e rischiosa detenzione in Norimberga, nell’aprile del 1947, Schmitt andrà schermando i suoi pensieri dietro figure classiche e situazioni del passato. Ne usciranno due testi mirabili: Ex captivitate salus, scritto durante la prigionia berlinese, addirittura sui fogli bianchi di un ricettario che un medico americano compiacente, Charles, gli passava per eludere il divieto di scrivere. E il Colloquio sul potere e sull’accesso presso il detentore del potere, che uscì come volumetto nel 1954 e fu concepito nella prigionia di Norimberga.
Quaritsch chiarisce come non vi fossero ragioni per incriminare Carl Schmitt né a Berlino né a Norimberga. Infatti, fu rilasciato una prima volta a Berlino, nel 1946, dopo 12 mesi di detenzione senza dover scontare una pena alla quale si era stati condannati, ma in una sorta di carcerazione preventiva terminata con un proscioglimento. Non si poté provare l’accusa di Lowenstein di aver commesso “crimini di guerra”, cosa che avrebbe comportato l’esistenza documentata di fatti e atti concreti. Per cui riusciva strano un secondo arresto e una seconda detenzione in Norimberga. Si voleva, in pratica, intimidire Schmitt e fare di lui un delatore, per la grande conoscenza che aveva della organizzazione statuale del potere, possibile per una sua vicinanza al potere dovuta, ad es., grazie all'amicizia di un Popitz: non si può avere un'idea del mare se non lo si è mai visto e non ci si è mai bagnati. A questa infamia Schmitt seppe sottrarsi, consegnando a noi oltre ai suoi scritti una lezione di accortezza e prudenza, nelle situazioni date e ineludibili, dando un senso di continuità etica ed intellettuale alla sua lunga esistenza. Ne abbiamo bisogno per vivere nella nostra epoca, senza tradire le nostre convinzioni profonde e i nostri principi, consapevoli della inferiorità della nostra forza in un quadro politico caratterizzato dalla perdita di sovranità statuale e indipendenza personale. Lo si voleva trasformare in un testimone a favore dell’accusa nel Wihlemstrasse-Prozess, cioè nel processo contro i ministri, di cui il più importante era Hans Lammers, capo della cancellaria del Reich, ossia per un certo tempo la persona che parlando per primo con Hitler, il massimo detentore del potere, era per questo più influente di ogni altro ministro. Da questa esperienza nasce il Dialogo sul potere e sull’accesso presso il detentore del potere.
In questo libretto si trova al centro la figura di Bismarck, il cui potere cessa nel momento in cui è sopravanzato nella sua prerogativa di essere il primo al quale l’Imperatore si rivolgeva per ricevere le informazioni di cui aveva bisogno e poi per trasmettere gli ordini che intendeva dare. In realtà, dietro la figura di Bismarck potrebbe ben nascondersi Lammers, che Kempner voleva incriminare con l’aiuto di Schmitt.
Il Dialogo è una riflessione sulla natura del potere e dell’uomo stesso che detiene il potere, ma che dal potere è anche condizionato. Il potere diventa qui qualcosa di trascendente rispetto all’uomo che lo detiene. Viene qui in mente la bella immagine dell’Anello del potere nella saga di Tolkien . Ma si pone anche il problema della decisione che è propria di ogni uomo che abbia libero arbitrio e possa scegliere liberamente fra il bene e il male.  Difficile sapere cosa è il bene e il male. Donoso Cortés al riguardo lasciava intendere: come fai a sapere cosa è il bene o il male, cioè che sei un peccatore, se qualcuno non te lo dice?  Schmitt concludeva che la decisione ultima a ognuno concessa, o almeno la sua personale decisione, era a favore dell’uomo. Restando tuttavia aperta la questione sulla natura, sull’essenza dell’uomo, una domanda che si trascina da Platone a Marx e che vede risposte diametralmente opposte, fra la concezione dell’uomo come dotato di anima, di spirito, di trascendenza e quella di Marx che dissolve l’uomo nel sistema dei rapporti di produzione, anche se nell’ultimo Marx ritorna prepotente il problema dell’individuo, dell’uomo semplice, fatto di carne ed ossa .
Per tornare a Schmitt ed Evola diciamo che l’uomo è ciò che vuole essere o diventare, essendo egli libero e potendo scegliere. Ed in questo vi è la speranza, tanta speranza, la possibilità della salvezza. Se lo si considera nella sua individualità, nella sua libertà di scegliere, nella sua attitudine nel senso evoliano, poco importa che si intenda il singolo uomo concreto come componente di un Ordine, di una casta, di una aristocrazia, o come componente di quel popolo che per Schmitt è il soggetto necessario della decisione politica fondamentale, sulla base della quale si ha una costituzione in senso proprio, l’unità politica, uno Stato, un’esistenza politica indipendente e sovrana. Quanto poi all’oziosa questione che da 70 anni e passa affanna pubblicisti e detrattori di Evola e di Schmitt, desiderosi di legare il senso della loro esistenza al tempo in cui sono vissuti, credo possano farsi due osservazioni: il concetto di responsabilità ha senso in quanto lo si riconduca a un singolo individuo e alla sfera della sua decisione, ma non ha senso se si pretende di estenderlo a fatti umani collettivi ed interconnessi o addirittura ad eventi naturalistici; se poi si vuole assumere su un piano morale ed etico come “colpa”, “crimine”, come “male assoluto” il tempo vissuto nelle loro epoca e nel loro paese, allora dopo 70 anni può ragionevolmente e documentalmente sostenersi che i vincitori non si sono dimostrati migliori del vinti del 1945 e che il “male” della nostra epoca presente non è meno “assoluto” di quella passata.
Antonio Caracciolo
15 marzo 2017.

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